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da L'autore

del 01 gennaio 2002

Nulla rivela un essere meglio della sua capacità di amare, anche se è altrettanto evidente che questa capacità non è immediatamente disponibile. Solo dopo un processo di maturazione, che può durare anni – e a volte anche tutta la vita -, arriviamo a liberare progressivamente tutto l’amore che è racchiuso nel nostro cuore. Il nostro sviluppo spirituale e l’esperienza acquisita svolgono un ruolo importante in questo processo. In fondo l’amore a che fare con Dio – Dio infatti è Amore – e noi possiamo amare solo nella misura in cui abbiamo potuto sperimentare qualcosa dell’amore di Dio e della sua grazia

L’abbiamo già visto più volte in questo libro: è al cuore della tentazione e della conversione che impariamo come prendere contatto con la grazia e come vivere conformemente ad essa. È lì infatti che incontriamo la misericordia straripante di Dio. Nella misura in cui ogni amore è il frutto dello Spirito in noi, una simile esperienza della nostra impotenza e della misericordia, fatta al momento della conversione, si ripercuote forzatamente sulla nostra capacità di entrare in contatto con gli altri attraverso l’amore. Questa esperienza infatti libera in noi un amore che va ben al di là dei limiti del nostro amore naturale, un amore che finisce per somigliare all’amore del Padre celeste, di cui Gesù testimonia che fa sorgere il sole sopra i malvagi e sopra i buoni (Mt 5,45). L’amore andrà così lontano che Gesù vuole si che si estenda non solo a quelli che ci amano – anche i pagani fanno altrettanto – ma addirittura a quelli che ci odiano, perfino ai nostri nemici (Mt 5,44). È una missione gravosa, impossibile da realizzare finché lavoriamo solo con la nostra generosità. Solo una lunga familiarità con la grazia, o meglio con l’agire della grazia in noi, un agire paziente e generoso, mite e forte insieme, ci insegna come amare sempre meglio. Non è tanto facile parlare dell’amore come esperienza spirituale: fino a poco tempo fa, l’aspetto sensibile dell’amore creava a molti un certo disagio. Da allora molte cose sono state scritte a questo proposito, ma non è  detto che la situazione si sia evoluta così velocemente come lascerebbe pensare la marea di parole e di scritti: affermazioni scottanti, anche se ben intenzionate, generalmente non bastano a infiammare un cuore; e la partecipazione con cui solitamente tradisce il malessere che proviamo nei suoi confronti.

Non è mia intenzione soffermarmi su questa difficoltà: vorrei soltanto ricordare un duplice deformazione dell’amore, che a volte si incontra anche nei nostri giorni e la cui origine risale forse all’atteggiamento adottato dalle generazioni precedenti nei confronti della tenerezza e dell’amore sensibile. Una prima deformazione concerne il fatto che l’amore è stato spesso forzato nel senso di un servizio attivo: per amare non sarebbe essenziale sentire qualcosa ma, al contrario, fare qualcosa. La seconda deformazione porta ad accentuare in modo unilaterale gli aspetti sociali dell’amore, a danno degli altri aspetti personali: è più facile che ci venga chiesto di amare un popolo, una classe, una giusta causa, magari la chiesa stessa, piuttosto che la persona che incontriamo per caso all’angolo della strada.

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Questa duplice deformazione procura seri rischi all’amore. È indubbio che l’amore deve portarci a dedicarci a quanti ne hanno veramente bisogno: ogni pagina dell’evangelo ce lo ricorda.

Tuttavia non bisogna dimenticare che ogni amore autentico quello che conta innanzitutto è che io stesso mi senta indigente. La mia povertà in amore ha un ruolo altrettanto importante del bisogno materiale o spirituale del mio prossimo. A prima vista, ciò può apparire egoista, ma non è così: se mi preoccupo troppo in fretta del servizio da offrire all’altro, salto una tappa importante dell’amicizia, forse addirittura una tappa essenziale. È anche possibile che, inconsciamente, questa omissione ci venga a costare meno: in fondo è più piacevole fare qualcosa per un altro piuttosto che accettare che si avvicini a me come un povero.

E tuttavia per l’amore è essenziale che io sia per primo ferito dall’altro, gli devo lasciare l’occasione e il tempo di procurarmi questa ferita. Quando amo, sorge in me un bisogno che può venir colmato solo dalla persona amata; amare significa dire a qualcuno:”Sei la mia gioia, senza di te non posso vivere, ho bisogno di te”. L’amore desta un bisogno, rende indigente e povero, arriva a farmi dipendere dall’altro. L’amore mi apre all’altro, mi insegna ad ascoltare, mi rende ricettivo. In questo senso l’amore non può mai essere dissociato dall’autentica umiltà: è soprattutto l’amore che mi rende umile nei confronti di colui verso il quale mi sento così fortemente attratto. È forse quanto c’è di più difficile nell’amicizia: non il carattere troppo sensibile dell’amore e i problemi che pone, ma il fatto che l’amore ci porti a riconoscere che abbiamo bisogno dell’altro, un altro che solo può darci quello che ci manca, nella misura in cui ci abbandoniamo a lui. È comprensibile che molti oppongano inconsciamente resistenza a quanto può apparire debolezza o viltà, e che facciano tutto il possibile per evitare questa prova. Allora un’attività generosa diventa spesso la vi d’uscita più onorevole che lusingherà il nostro amor proprio. Un simile amore, che pretende di essere disinteressato, è un sistema facile per schivare l’amore vero e soprattutto l’autentica umiltà dell’amore. Mostrarsi eroici nell’amore del prossimo è relativamente semplice. “Eroe della carità”: curiosa espressione che ha trovato molto presto diritto di cittadinanza. Un simile eroismo ha però poco a che fare con l’amore autentico, il quale riguarda piuttosto la vulnerabilità e fragilità della persona amata. Non si parla mai di eroi dell’amicizia, né di amore coniugale eroico: l’amore non sa che farsene dell’eroismo che potrebbe essere al massimo un amore che schiaccia. L’amore è amore e basta a se stesso.

Un altro modo di schivare il confronto con la nostra debolezza sarebbe quello di indirizzare il nostro amore solo verso gruppi di persone. Ci si dedica attivamente agli altri (al plurale!), alla parocchia, alla chiese, alla patria, ai paesi sottosviluppati. È una semplice distrazione se non si menziona mai l’uomo concreto? È così facile amare al plurale, di un amore astratto e idealizzato che non fa male a nessuno – né a noi, né agli altri – ma che non fa neanche del bene ad alcuna persona concreta. Allora si può essere occupatissimi con un prossimo lontano (già la contraddizione dei termini dovrebbe dirci qualcosa!), in qualche paese straniero, ed essere in difficoltà con tutti i propri compagni di lavoro: è ancora un modo di sfuggire all’amore autentico, che si vive sempre al singolare. Non si ama un gruppo, ma innanzitutto una persona, qualcuno che mi può ferire, davanti al quale accetto di perdere la faccia e al quale faccio l’onore di essere l’unico che, in un dato momento, mi salva la miseria.

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Questa capacità di essere ferita dall’amore, questa debolezza che nasce in ogni relazione d’amore possiamo impararla solo da Dio e dalla sua grazia. È lui che ci ha lasciato l’esempio assoluto dell’amore nella sua azione redentrice, lui il cui amore si occupa di noi ogni giorno. Non ha forse tanto amato il mondo da offrire suo Figlio unigenito (Gv 3,16)? E suo figlio non ha forse detto – lui, il buon pastore – che abbandonerebbe le novantanove pecore nel deserto per cercare la pecora smarrita (cf. Lc 15,4)? Non si è forse paragonato al Padre che ogni giorno si mette di sentinella per correre verso il figlio prodigo e abbracciarlo non appena lo vede sbucare all’orizzonte (cf. Lc 15,20)? E quando, alla vigilia della sua passione, ha voluto dare un segno al suo amore infinito, non si è forse tolto le veste e, come un servo, non si è inginocchiato davanti ai suoi discepoli, Giuda compreso, per lavar loro i piedi (cf. Gv  13,5)? La vulnerabilità di Dio di fronte all’uomo è così grande, il suo desiderio di lui è così intenso, il prezzo che è disposto a pagare è così alto  che non c’è gioia più grande in cielo di quella che solo il peccatore è in grado di dare a Dio quando decide di tornare dal Padre suo (cf. Lc 15,7). L’amore di Dio non schiaccia mai, anzi: è discreto e umano, mite, umile e riconoscente.

L’amore umile, humilis caritas, ecco forse la virtù evangelica per eccellenza. È molto più rara di quanto lascerebbe supporre l’uso odierno del termine amore; è l’amore a immagine di Dio: generoso, paziente, mite con tutti, con il prossimo vicino come con quello lontano, con l’amico come con il nemico, un amore che si offre anche al primo venuto. Un abate cistercense del XII secolo, Guerrico d’Igny, l’ha espresso a modo suo:”Proprium est amicitiae humiliari pro amicis. Proprio dell’amicizia è umiliarsi per gli amici”.

Persone simili sono una grande grazia per la chiese e per il mondo. Di solito sono persone facilmente riconoscibili perché l’amore autentico attira gli altri, a sua insaputa. A volte vivono nascoste, in disparte, ma una sola delle loro parole, pronunciata sulla porta del loro eremo, può bastare a gettarci a terra, come è capitato a Paolo, e a farci gustare qualcosa della grazia di Dio.

Vorrei concludere questo capitolo sui frutti dello Spirito con il ricordo personale di un pellegrinaggio presso alcuni eremiti del Monte Athos. C’è poco da dire, se non che me li ero immaginati completamente diversi: magari come uomini rozzi, rudi e duri, degli eroi dell’ascesi e della solitudine, restii a ogni contatto umano. La realtà è stata tutt’altra: raramente ho potuto sperimentare un amore simile, un amore mite e umile che mi ha immediatamente fatto sentire accolto nella loro preghiera e mi ha trascinato, come mio malgrado, verso Dio. Raramente mi sono anche sentito così vicino agli uomini, immesso nel cuore stesso del mondo che non cessa di battere per Dio e che così pochi, purtroppo, sanno ascoltare.    

(da Louf A., Sotto la guida dello Spirito )

Redazione GxG

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